Il principio del contenitore: come creare una “quiet room” per la meditazione

Da che mi ricordo (da quando ero una bambina) ho sempre avuto una quiet room tutta per me in cui giocare, disegnare, scrivere, leggere, studiare, fantasticare, contemplare. E ora anche meditare.
Mi piaceva un sacco giocare fuori con gli altri bambini, anche d’inverno; ma amavo tornare poi in camera mia per fare un disegno, scrivere una poesia o creare una “scultura” (ehm, mio nonno era falegname ed era un uomo molto paziente con le mie richieste creative!) da realizzare tutto da sola.
“Faccio da sola” era una frase ricorrente – secondo mia nonna – e credo di aver coltivato questo lato di me proprio nelle mie varie quiet room, nel corso di infanzia, adolescenza e età adulta – dalla mia casa di Mantova, fin qui a Ferrara.

L’ambiente che creiamo è molto importante per il nostro benessere

L’ambiente costituisce senz’altro un motivo di suggestione e ispirazione. Siete mai entrati in una casa o una stanza con dei colori e un arredamento che vi hanno messo a disagio?
Credo che tutti noi avvertiamo istintivamente se un luogo è ospitale o emana un’energia buona, nutriente – o se al contrario ci respinge e crea sensazioni spiacevoli.
Se decidessimo di dedicare uno spazio della nostra casa (una stanza, un angolo, una poltrona) a noi stessi, alla nostra creatività o semplicemente al riposo, allo stare con noi stessi e i nostri stati d’animo, sarebbe molto importante creare uno spazio che faciliti la connessione, il contatto con il nostro mondo interiore.
I buddhisti lo chiamano il “principio del contenitore”, ovvero il contesto, le condizioni esterne a noi rappresentano delle forze attive che concorrono al risultato – all’esperienza che noi viviamo.

In effetti, siamo continuamente in relazione a ciò che ci circonda, siamo parte del quadro – o un filo nel tappeto dell’universo: come potrebbe funzionare diversamente? Se “tutto dipende da altro” (secondo la visione di una certa parte delle scuole buddhiste Mahayana), allora anche la nostra concentrazione, attenzione e apertura di cuore possono essere influenzate dall’ambiente in cui le esercitiamo.

Come creare un ambiente adatto alla meditazione

Un contenitore giusto può essere costituito da una varietà di aspetti diversi.
E vorrei anche dire che non c’è proprio bisogno di stravolgere il proprio ambiente – la propria casa o il proprio angolo preferito per creare qualcosa di adatto al raccoglimento.
Senz’altro possiamo eleggere un luogo tutto nostro tra quelli di cui disponiamo e magari intervenire qua e là per farne qualcosa di ancor più piacevole.
Che sia pulito e sgombro è importante, in modo che ci si possa respirare bene e che ci accolga davvero, lasciandoci lo spazio per sentirci a nostro agio o per ritrovare energia ed ispirazione quando ne abbiamo bisogno.
Un luogo troppo pieno può soffocare, mentre un luogo troppo anonimo è come un volto senza sorriso.
Potremmo aggiungere una pianta in vaso, dei fiori o delle erbe fresche, se li abbiamo raccolti noi stessi durante una passeggiata, è ancora meglio, perché ci ricollegano all’esperienza del movimento all’aperto e ci riconciliano con la natura.
Potremmo anche creare un angolo per i nostri libri preferiti, quelli che ci ispirano e che amiamo rileggere ogni tanto. E forse possiamo aggiungere una foto: che sia delle nostre vacanze estive, dei nostri figli o delle persone amate; oppure di un personaggio importante per noi (in casa mia, è senz’altro Gandhi!). Ci serve per ricordarci di quello che ci fa bene e a cui, in un modo o nell’altro, apparteniamo.

A quale famiglia appartenete?

Credo che ciascuno di noi appartenga a quello che i buddhisti chiamano “lignaggio”. Ovvero una stirpe, una famiglia. Non è detto che sia necessariamente la nostra famiglia naturale; potrebbe essere il lignaggio dei musicisti, dei poeti, delle madri, degli scienziati, dei viaggiatori o dei giardinieri. Qualcosa di così potente che costituisce un richiamo naturale per noi, verso il nostro personale modo di essere e di tendere alla (nostra personale) bellezza. Avere qualcosa nel nostro angolo sacro che ci ricordi a chi apparteniamo e che ci ispiri a mettere in pratica con fiducia e gioia la presenza mentale, credo sia un modo potente per risvegliarla e chiamarla a noi.
Di nuovo, siccome tutto dipende da altro, anche i particolari più piccoli possono fare la differenza. E se ci alleniamo a stare attenti ai particolari, allora la faranno senz’altro.

Questo non significa che non possiamo meditare nel bel mezzo di un viaggio in treno o in ufficio durante una pausa. Anche questo è possibile, ma credo che se ci siamo abituati a stare nel nostro angolo sacro fisico, facendone una specie di piccolo rito, magari ad inizio giornata, poi riusciamo più facilmente ad evocarlo anche quando non possiamo starci per davvero.

Un tempo per ogni cosa

Oltre allo spazio, anche il tempo è una dimensione importante, tanto che nella Mindfulness diventa un po’ il “tormentone” del motivo del “qui e ora”.
Insomma, per dirvi che scegliere un momento specifico per stare nella nostra quiet room a fare 10 minuti di meditazione, da rispettare e ripetere quotidianamente, può essere una buona idea.
Forse all’inizio ci chiederemo perché dobbiamo proprio farlo la mattina alle 8 (ipotesi); perché, quando invece questa mattina non ho tempo, siccome dovrei fare la lavatrice prima di uscire per andare in ufficio, e se non la faccio adesso, poi non faccio in tempo a stendere eccetera eccetera. E quindi ci potremmo dire: me li prendo stasera questi 10 minuti di Mindfulness, quando torno.
Ma per esperienza, vi dico che non ve li prenderete la sera i 10 minuti. E magari perderete l’abitudine e poi vi dimenticherete del vostro allenamento di consapevolezza.
Perché questo è un allenamento, così come quando andiamo in palestra o ci esercitiamo al pianoforte per imparare a suonare, o come quando impariamo una lingua parlandola e facendo esercizi.
Quindi, per quanto strano e complicato possa sembrarvi all’inizio, tenete duro e rispettate l’appuntamento con voi stessi. Fate finta che sia l’appuntamento con la persona più speciale che conoscete: come si fa a mancare, come si fa ad arrivare tardi?

Un luogo in cui mettersi in relazione

E dunque questa quiet room potrebbe diventare il nostro posto in cui metterci in relazione. Con noi stessi e con le nostre emozioni, o i nostri pensieri.
Un luogo dove sia possibile NON evitare, dato che è quello che facciamo spesso: evitare di affrontare qualche parte di noi che ci spaventa, evitare di guardare in faccia quello che è (sia che ci piaccia, sia che non ci piaccia), per evitare di soffrire – crediamo – e invece è tutto il contrario.
Finché evitiamo e non accogliamo accanto a noi, sul cuscino da meditazione della quiet room, le cose rimangono non viste e non ascoltate.
Un luogo in cui essere coraggiosi quindi e anche dove essere gentili. Dove poter prendere un tè con le nostre parti più spigolose, che forse possono diventare un poco più tenere e meno appuntite.

Perché in una stanza tutta per sé, come scrive Virginia Woolf:

(…) Era necessario filtrar via quanto di personale e di casuale vi era in tutte quelle sensazioni per poter raggiungere il puro fluido, l’olio essenziale della verità. Senza nessun bisogno di affrettarsi. Nessun bisogno di mandare scintille. Nessun bisogno di essere altri che se stessi. Nessuno trova pace sottraendosi a se stesso.

(Una stanza tutta per sé,  V. Woolf)


*Per l’autunno sto preparando una serie di proposte tra le quali anche un ritiro di un giorno intero a Ferrara, dedicato sia a chi ha già sperimentato la Mindfulness, ma adatto anche a chi è nuovo e curioso di provare questa speciale forma di quiet room. Per iniziare finalmente ad ascoltarci più in profondità e a volerci bene.

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