Sull’equanimità

Ogni volta che ci sediamo per osservare le nostre sensazioni fisiche o gli stati d’animo che sorgono durante la meditazione, ci accade di provare una qualche esperienza spiacevole, difficile, fosse anche solo il mal di schiena apparso dal nulla che magari ci rende la seduta agitata e distratta. Come mi devo comportare se accade questo? Cosa devo fare?
Le istruzioni sono molto chiare: l’invito è quello di non reagire immediatamente al fastidio, ma rimanere in ascolto di quel che accade, di aspettare ancora un po’.
Poi, se le cose non cambiano, o peggiorano drasticamente, solo allora, siccome siamo lì per prenderci cura di noi stessi, possiamo decidere di muoverci anche solo di un poco. E vedere che effetto fa.
Questo non reagire immediatamente all’esperienza ci serve per accorgerci dei nostri automatismi (ad esempio l’impulso di grattarmi il naso appena sento prurito) e di smettere di lasciare che questi ci agiscano.
E poi anche di coltivare – tra le altre qualità – anche l’equanimità.
Che parola strana! Non credo che nessuno di noi la usi nel linguaggio corrente. Ha davvero poco significato per noi; tanto che la scambiamo facilmente per “indifferenza” o un atteggiamento remissivo, passivo.

L’equanimità non è indifferenza

“Il nemico intrinseco dell’equanimità è l’indifferenza o l’insensibilità. Potremmo sembrare sereni se diciamo: ‘Non sono attaccato. Non importa cosa succede, perché è tutto transitorio.’ In questo modo possiamo sentire un certo sollievo perché ci ritiriamo dall’esperienza e dalle energie della vita. Ma attenzione, perché l’indifferenza è basata sulla paura.
La vera equanimità non è un ritirarsi; è un impegno equilibrato con tutti gli aspetti della vita. Si apre a tutta la vita con compostezza e serenità, accettando la natura bella e terrificante di tutte le cose. L’equanimità abbraccia l’amato e il non amato, il gradevole e lo sgradevole, il piacere e il dolore. E va oltre l’attaccamento e l’avversione.
Sebbene tutto sia temporaneo e illusorio, con l’equanimità onoriamo comunque la realtà della forma. Come dice il maestro Zen Dogen, ‘I fiori cadono con il nostro attaccamento e le erbe infestanti nascono con la nostra avversione.’ Sapendo che tutto cambierà e che il mondo dei fenomeni condizionati è insostanziale, con equanimità siamo in grado di essere pienamente presenti e in armonia con esso.” Jack Kornfield, Bringing Home the Dharma: Awakening Right Where You Are

Esperienza vs emozione che genera

L’equanimità dunque ci fa abbracciare ciò che ci accade con lo stesso amore – sia che si tratti di qualche esperienza piacevole (alla quale proviamo a  non attaccarci), sia che si tratti di un’esperienza spiacevole, che non tentiamo più di evitare, rinnegare o correggere.
Ciò che accogliamo con equanimità comunque non è tanto l’esperienza in sé, ma il modo in cui questa esperienza ci fa sentire.
Questo perché quando soffriamo, il dolore non dipende tanto da ciò che ci accade, ma dal modo in cui accogliamo o rifiutiamo ciò che ci accade…
Inoltre, è utile ricordare che in tutti i casi partiamo da un atteggiamento etico di fondo (l’etica, lo abbiamo visto, è alla base di tutto quello che cerchiamo di sviluppare con la Mindfulness); un’etica che è in grado di discernere e dire “no” quando ci troviamo di fronte ad una ingiustizia, una prepotenza un abuso di qualunque tipo.
Se l’equanimità ci aiuta a stare con quello che viviamo, l’etica ci aiuta a dire di no quando ciò che viviamo fa male a noi stessi e agli altri.

Dove sta la linea di confine – mi viene chiesto spesso durante gli incontri di Mindfulness – tra il portare pazienza con quello che ci succede e l’opporci, lo smettere di assecondare? Così posta la domanda forse è imprecisa… non stiamo “portando pazienza” con ciò che non ci piace, stiamo provando a voler bene al modo in cui ci fa sentire. Alle eventuali emozioni difficili e confuse che ci provoca, cercando di conoscerle più da vicino. E non stiamo immobili di fronte alle ingiustizie, ma interveniamo quando è necessario intervenire.
Credo che così ciascuno di noi sappia esattamente quello che va fatto.