Il cambiamento, o l’arte di fallire

Qualche settimana fa, durante una delle lezioni del corso di meditazione che tengo settimanalmente presso un centro Yoga di Ferrara, ho condiviso con le persone sedute attorno a me la storia del “Fratello fuligginoso del diavolo”, una delle diverse narrazioni contenute nel libro sulla Mindfulness di Saki Santorelli, “Guarisci te stesso”* (titolo un po’ scontato, ma libro molto interessante).

Spesso quando facciamo Mindfulness, utilizziamo le narrazioni come parabole che ci raccontano, in modo fantasioso e creativo, qualcosa di noi. È una storia lunga, ma per riassumere, parla di un soldato che, finita la guerra e sulla soglia di un cambiamento radicale della sua vita, vaga solo e senza riferimenti in mezzo ad un bosco. Qui viene avvicinato da un “omino” che si rivela essere il diavolo in persona, che lo invita a fargli da servitore all’inferno in cambio di protezione, vitto e alloggio. Il soldato accetta e segue “l’omino” giù all’inferno; qui rimane a lavorare per 7 anni (a pulire e fare fuoco sotto ai pentoloni che consumano le anime dei condannati) e poi può tornare alla sua vita con una ricompensa che sembra essere solo un sacco di immondizia e poi si rivela essere oro puro. La storia è più complessa di così e piena di particolari interessanti, ma mi serve per parlarvi dell’argomento “cambiamento”.
Con le persone che seguono il corso abbiamo provato ad interpretare il significato che può avere per ciascuno di noi questa parabola. Sono emerse molte idee interessanti, sul cambiamento appunto e sulla fiducia; sul senso del lasciarsi portare “all’inferno” e sul fatto che il diavolo si rivela non essere poi così cattivo.

Quando affrontiamo un cambiamento importante – sia che si tratti di una malattia, di una separazione, di un licenziamento o di un incidente imprevisto – qualcosa dentro di noi si sente perduta.
Ci sentiamo alla deriva, senza più riferimenti noti, eppure in qualche  modo costretti ad affrontare il viaggio: un bosco fitto e oscuro, che non sappiamo bene dove (e se) ci riporterà verso casa – uno dei motivi ricorrenti (tra l‘altro) di parecchie fiabe tradizionali. Vorremmo tanto che le cose si aggiustassero e che migliorassero, ma non sappiamo bene da che parte prenderle. La nostra idea di noi stessi viene messa in crisi e noi non sappiamo più bene chi siamo.
Il tempo diventa un fattore importante, scorre in modo diverso da prima, a volte sembra che non passi mai, ogni minuto lascia una cicatrice sul cuore che non sappiamo come medicare… Ma a volte, pieni di dubbi e di paure, lasciamo che un “omino” ci porti dritti giù, dentro a questo inferno, dove impariamo finalmente l’arte di fallire.
“Si mette un sacco di enfasi sul successo – dice Pema Chödrön – in un suo libro* – Tutti vogliono avere successo, specialmente se lo considerate come ciò per cui “le cose vanno proprio nel modo in cui voglio”. Sapete di stare bene, dentro e fuori, perché le cose hanno funzionato. Quindi, per quella definizione, fallire significa che non è andata nel modo desiderato. E per il fallimento, di solito, non abbiamo la giusta preparazione”.
Ci vuole tempo e umiltà, con l’arte di fallire, l’arte di dare il benvenuto all’indesiderato, e cosa c’è di più indesiderato dell’inferno?

Tanto per riportarvi ad una delle tante esperienze a scuola, quando insegno Mindfulness ai ragazzi; un giorno succede che una classe è talmente agitata e disattenta, che risulta impossibile spiegare alcunché. I ragazzi parlano tra loro, qualcuno gioca, qualcun altro dormicchia sul banco. Una classe dove due dei ragazzi hanno persino ottenuto di essere esonerati dalla mezz’ora di Mindfulness, per ragioni che non è facile comprendere.
Semplice, no?
Questa situazione per me è molto “indesiderata”; secondo i canoni che descrive Pema Chödrön sopra, è un vero fallimento, un piccolo “inferno” come quello della storia che vi accennavo.
Bene.
Decido allora di stare con quello che c’è, diversamente dalla reazione tipica dell’insegnante a scuola, che normalmente prova a “urlare più forte” (con questo non sto criticando gli insegnanti, so bene quanto sia difficile!).
La Mindfulness mi dà l’occasione di invertire la rotta e decidere di vivere il momento: un momento caotico, che sarebbe umano desiderare finisca presto…
Comunque, comincio a seguire uno dei diversi litigi in corso: un ragazzo dà fastidio ad una ragazza. Lei si gira e lo insulta. Lui ride 🙂 “Come ti fa sentire il fatto che lui rida?” Chiedo a lei. E a lui: “come ti piacerebbe che rispondesse la tua compagna quando tu la stuzzichi, che intenzione hai veramente?”. Ne viene fuori una discussione di classe sui modi abituali che i ragazzi mettono in scena ogni giorno tra di loro. Interessante!
Insomma, esco dal piccolo inferno con il sorriso sulle labbra…

L’arte di stare all’inferno dunque, dove scopriamo che il diavolo non è poi così terribile; facciamo il nostro lavoro di pulizia, ogni giorno portiamo fuori un po’ di spazzatura che non serve più, manteniamo in funzione il sistema aggiungendo un po’ di legna al fuoco, stiamo al gioco e lasciamo che il processo faccia il suo corso. Quando smettiamo di opporci all’indesiderato, smettiamo anche di aspettare che le cose là fuori cambino secondo i nostri desideri. Smettiamo di voler apparire diversi da come siamo (il soldato della storia deve promettere di non lavarsi e non pettinarsi per tutto il tempo che sta all’inferno) e non opponiamo resistenza alle cose così come vanno.

E poi, un giorno, “l’omino” ci dice che è venuto il momento di tornare in superficie. Ci dà un sacco di spazzatura – l’ultimo – da portar fuori, e ci manda nel mondo. Noi guardiamo il sacco con un po’ di delusione, ma appena siamo fuori, ci accorgiamo che non è spazzatura, ma oro, oro puro!
La trasformazione è avvenuta sotto i nostri occhi senza che noi ce ne accorgessimo. Si apre un nuovo capitolo, grazie alla nostra accettazione dell’inferno e dei compiti che ci ha messo davanti. C’è molto da imparare dalle cose contro cui di solito lottiamo, non appena ci permettiamo di accoglierle.

*riferimenti bibliografici:
Saki Santorelli, Guarisci te stesso, Raffaello Cortina ed.

Pema Chödrön, Fallisci, fallisci ancora, fallisci meglio – saggi consigli per affidarsi all’ignoto, Il Punto d’incontro ed.

9 thoughts on “Il cambiamento, o l’arte di fallire

  • È tutta una vita che lotto contro i miei fallimenti, non ho mai pensato di accettarli anzi ho sempre lottato, sono stata male, non ho dormito… quello che hai scritto mi fa pensare che potrei cercare di percorrere una nuova strada anche se veramente difficile !
    Ci proverò ????

    • Elisa Quietroom

      14 Febbraio 2018 at 16:27

      ciao Ma, siamo tutti principianti nell’arte del fallire! Si ricomincia ogni volta d’accapo e si può iniziare quando si vuole. Grazie di avermi lasciato questo commento, è molto bello!

  • Grazie Elisa,un’altra bella perla di vita,cose semplici ma a cui spesso la mente si oppone,leggendola mi si è spalancato il cuore ed ho capito.

    • Elisa Quietroom

      14 Febbraio 2018 at 16:28

      Ciao Grazia! La mente è specialista nelle opposizioni, per fortuna abbiamo il cuore! Un abbracio forte, grazie di leggere e condividere i tuoi pensieri.

  • Quando è morto mio marito, sono morta anch’io, o quella che credevo di essere. Mi sono persa, sono scesa all’inferno …mi sono cercata e ho scoperto che non ho bisogno di identificarmi con qualcuno o qualcosa per esistere. Ogni giorno è una scoperta e se falliscono i miei intenti penso che forse non posso fare di meglio, non in questo momento e magari c’è qualcosa di buono anche in questo fallimento . sono più serena. Che dici, mi sto illudendo o sono sulla strada giusta per me? Grazie Elisa, bello il tuo racconto.

    • Elisa Quietroom

      14 Febbraio 2018 at 16:41

      Cara Giuliana, le perdite sono alcune delle occasioni più grandi che abbiamo (e più difficili) per esercitarci nell’arte di fallire 🙂 Per questo facciamo pratica di Mindfulness, per provare dalle cose più piccole e banali – un ginocchio che fa male, l’irrequietezza che non ci dà pace, la mente che scappa di qua e di là. Ci abituiamo così alle nostre difficoltà e a lasciar andare l’idea di come dovremmo essere per essere felici. Riconosciamo piano piano il nostro attaccarci ad un’idea di noi, che poi scopriamo essere difficile da sostenere nel corso della vita… Certo che sei sulla strada giusta! Continua, un piede davanti all’altro. Un abbraccio, e grazie della condivisione!

  • Elisa cara, torno finalmente a leggerti dopo un intenso periodo di spostamenti. Belli i tuoi due ultimi post. Questo è “sovrano”. Il fallimento che è sempre dentro e fuori di noi, l’altra parte del successo. E poi questa mostruosa meraviglia o questo meraviglioso mostro che è la mente. Oggi inizio il tuo corso online che avrei dovuto iniziare a gennaio, ma poi… forse adesso è il momento giusto. Ti scrivo presto in privato. Grazie come sempre per gli spunti vertiginosi. Clara

    • Elisa Quietroom

      21 Febbraio 2018 at 11:49

      carissima Clara, certo QUESTO è senz’altro il momento giusto!Grazie di passare di qua e lasciare le tue briciole di Pollicino. E non vedo l’ora che mi dici come va con le pratiche, se ci sono delle difficoltà e delle scoperte.
      Un abbraccio!

  • Il corpo è docile, quasi impaziente ma la mente è dispettosa, oppone resistenza. Io vado avanti e “accolgo”. Ti farò sapere. A presto, e infinitamente grazie

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