La pratica di essere umani: sulla sofferenza e sui suoi (generosi) insegnamenti

Quando attraverso un momento di difficoltà – sul lavoro, per esempio, dove tutto è sempre abbastanza difficile e incerto ed è facile che si creino conflitti – mi è molto utile rileggere le parole di alcuni dei miei maestri e fonti di continua ispirazione e conforto.
Pema Chödrön, monaca buddhista americana, ma anche Norman Fischer, maestro zen e poeta – per citarne solo due – sanno sempre come restituirmi un’immagine più chiara di me stessa attraverso la loro voce, profonda e al tempo stesso gentile.
Le loro parole mi ricordano che il punto di partenza di questo viaggio attraverso la consapevolezza muove da una sollecitazione ben precisa. La sofferenza.

“In quanto esseri umani abbiamo tutti la tendenza ad aggrapparci a qualche sicurezza ogni qualvolta ci rendiamo conto che tutto ciò che ci circonda è in continuo cambiamento.(…) I nostri tentativi di trovare una serenità e una sicurezza che perdurino nel tempo si infrangono contro il nostro essere parte di un sistema dinamico, in cui tutto e tutti sono in costante mutamento. (…) Ma se, anziché lasciarci scoraggiare dall’ambiguità e dall’incertezza della vita, la accettassimo e ci rilassassimo? Che cosa succederebbe se dicessimo: “Sì, le cose stanno così, questo significa essere creature umane”, e decidessimo di accomodarci e goderci il viaggio?” (Vivi nella bellezza, Pema Chödrön)

La giostra vorticosa del mi piace-non mi piace
È proprio così: siamo continuamente in contatto con la sofferenza, ogni santo giorno, sotto forma di piccoli e grandi problemi, conflitti, insicurezze, sensi di colpa che ognuno di noi sperimenta di continuo. Senza contare ovviamente i dolori grandi: malattie, separazioni, perdite, morte.
Semplicemente, ci svegliamo la mattina e saltiamo sulla nostra personale “ruota del criceto”, e cominciamo a correre, elencando mentalmente tutte le tappe della giornata (almeno così succede a me) prima di poter dire: “sono a casa, adesso posso tirare fiato”…ed è già ora di andare a letto!
E così via, giorno dopo giorno, anno dopo anno. E molto spesso, mentre corriamo a perdifiato, incappiamo in una piccola trappola: qualcuno ci critica, ci taglia la strada, ci “offende”; oppure siamo noi che vediamo tutto con la lente della critica, del “io ho ragione, tu hai torto marcio”, della sfiducia verso gli altri e del mondo che fa schifo.
Alle volte è tutto molto molto sottile: “Le giornate si susseguono, le settimane si susseguono, forse passano anche anni o decadi, e piano piano sorge la sensazione dentro di noi – alle volte sorge solo in sogno o in piccoli momenti appena percepibili, ai margini delle nostre vite – che qualcosa non va. Siamo vagamente consapevoli che stiamo vivendo lungo un binario, e che non ci siamo ancora impegnati a vivere la nostra vita” (Tornare a casa, Norman Fischer).

Con questo non voglio dire che di tanto in tanto sulla giostra quotidiana non succedano cose belle: una soddisfazione, un incontro speciale, la realizzazione di uno dei sogni che ci tenevano compagnia e ci spiavano dal cassetto.
Ma di fondo, chi di noi può dirsi felice? E quando è che ci sentiamo davvero felici?
Quando tutto fila liscio, quando non incontriamo trappole?
E quando tutto fila liscio, ci sentiamo forse felici solo perché il mondo corrisponde a come dovrebbe essere secondo noi?

Forse ci possiamo rendere conto che la sofferenza è davvero come quel “gancio” (shenpa, in tibetano) di cui parla Pema Chödrön: una sensazione interna, viscerale, che ci fa stringere istintivamente tutto il nostro essere attorno a quel particolare della nostra esperienza che in quel momento non ci piace. Ci sembra che stia lì apposta per compromettere la nostra pace, che sia sbagliato.
Noi abbocchiamo all’amo e cominciamo a combatterlo: quando diciamo “questa cosa è sbagliata” oppure “io sono sbagliata”; quando facciamo la guerra a una persona (a volte a noi stessi) o a una situazione (mi hanno assegnato un posto che odio in questo vagone del treno! sto nella fila sbagliata alla cassa del supermercato!).
Tutto il nostro essere prova a cambiare le cose, ad aggiustarle, a migliorarle. E se non ci riusciamo, viviamo una doppia sofferenza: quella dovuta al fatto che la realtà così com’è non ci piace e quella dovuta al fatto che noi non riusciamo a cambiarla.

Non sono sola sulla giostra dell’impermanenza
Se sono in balìa dell’incertezza a proposito di quello che accadrà e dell’impazienza di risolvere i miei problemi in fretta, quando mi sento impotente e vulnerabile, so che non sono un’eccezione, che moltissime altre persone, proprio in questo momento stanno soffrendo delle stesse difficoltà. So di non essere sola, che quello che accade a me, sta accadendo anche ad altri e che posso contare sulla comprensione di chi attraversa le stesse salite impervie della vita.
La difficoltà spesso consiste nel fatto che, nell’urgenza di risolvere il problema – come quando ho uno dei miei brutti mal di testa – la mia tendenza spontanea (e automatica) è quella di precipitarmi a cercare un rimedio veloce, che risolva la questione.
Un bel “rimedio da banco”, un cerotto emotivo o una distrazione che non mi permetta di pensare a quello che mi sta accadendo, in modo da evitare di sentirmi impotente e vulnerabile. Una compensazione, qualcosa che alla lunga probabilmente mi renderà dipendente: molto shopping (!), cibo e ancora cibo, distrazioni varie, il tutto ben condito dal rumore incessante del mondo. Così non ci penso più.

Mollare la presa e aprirmi a ciò che non conosco
“The secret of loving, is in the dying – Il segreto dell’amore è nella morte” – mi scriveva un mio caro amico indiano, molti anni fa. E il senso di questa frase, l’ho capito solo con il tempo.
Il segreto della “felicità” – dell’amore, della pace – è nella morte delle pretese, delle lamentele e delle accuse. È nella morte dell’afferrarsi a tutto ciò che ci sembra giusto, corretto, adeguato, dovuto – e che si contrappone a ciò che secondo noi non è giusto, che è scorretto, sbagliato e che pretendiamo dal mondo (e dalle relazioni, in primis, quella con noi stessi).
Con questo, non sto dicendo che non dobbiamo tendere ai nostri sogni e ai nostri progetti; non sto sostenendo la rassegnazione, ma la rinuncia sì. Rinuncia all’attaccarsi a ciò che ci sembra ci dia controllo e sicurezza.

E in tutto questo, la Mindfulness cosa c’entra?
La Mindfulness ci suggerisce di non evitare di guardare in faccia la nostra sofferenza (e quella degli altri), perché è così intima con l’altra parte di se stessa, l’amore, che non appena ce ne accorgiamo, il nostro mondo si apre e si trasforma in un posto pieno di bellezza e possibilità.
La sofferenza e l’amore sono così vicini che a volte si toccano. Come due amici seduti schiena contro schiena, si sorreggono e a volte si danno la mano e si tengono stretti. Ma proprio per il fatto di essere seduti in questo modo, può darsi che non si accorgano di essere uniti, di sorreggersi a vicenda.
Sta a noi vederlo e inoltrarci nel territorio più delicato e sacro che c’è, noi stessi.
E la Mindfulness è un ottimo mezzo di trasporto per questo viaggio…

* La foto è stata scattata nel 2014 al Kalachakra a Leh, Ladakh, India. Era una delle tante mattine in cui si partiva molto presto per accedere alla grande area degli insegnamenti, piena di pellegrini e visitatori. Eravamo in 150mila, tutti ad ascoltare il Dalai Lama.
* Se siete curiosi di avvicinarvi alla Mindfulness, potreste partecipare alle meditazioni al parco, che vi propongo tutti i giovedì pomeriggio di luglio qui a Ferrara a Parco Massari. È libero e gratuito, basterà darmi una conferma via mail (elisa@quietroom.it) o messaggio: 3406439679

4 thoughts on “La pratica di essere umani: sulla sofferenza e sui suoi (generosi) insegnamenti

  • pasquale borrelli

    12 giugno 2017 at 10:37

    Ciao Elisa.
    Grazie per la bella condivisione.

    Sì, è proprio come dici tu:
    “Mollare la presa e aprirmi a ciò che non conosco”.

    Ho avuto modo di constatare, per me stesso e per altri, che questa mossa è fortemente controintuitiva e controculturale.

    Siamo profondamente calati nell’illusione che “reagire” sia vitalistico,
    confondendo l’agire con il reagire.

    Un condizionamento plurimillenario ci fa credere separati facendo atrocemente leva sulle paure che questo stesso condizionamento genera.

    Non è facile.
    Non è facile.

    Non è facile neanche quando magari hai “capito” come stanno le cose.

    Non basta questa acquisizione mentale.
    Ci vuole il ricorso al CORPO (alla “ciccia” come diceva il mio maestro di FOCUSING)

    La cosa bella è che appena assaggi, magari anche solo per un attimo, che cosa significhi l’esperienza incarnata dello “stare”, “mollare” (Bertagni direbbe “crollare”), senti che si infonde in te un DONO di consapevolezza che ti porta nel Prato di Rumi (“Là fuori, oltre a ciò che è giusto e a ciò che è sbagliato, esiste un prato immenso. Ci incontreremo lì.”)

    pas

    • Elisa Quietroom Elisa Quietroom

      12 giugno 2017 at 14:21

      vero, Pas, lasciar essere si fa con il corpo, non basta solo comprenderlo con la mente. Ed è quello che si fa quando si medita: si lascia essere quello che è, in pratica. Io lo trovo così geniale! 🙂

  • The secret of loving is in the dying. Bellissima questa frase… racchiude un senso infinito. Bellissima e difficile. La morte dell’ego – e di tutte le sue diramazioni e tortuose manifestazioni – è l’amore, snudato e sincero. Grazie per questo post intenso e vicino.

    • Elisa Quietroom Elisa Quietroom

      12 giugno 2017 at 14:25

      Anche per me quella frase racchiude tutto. Mi ricordo che questo mio amico, quando me la scriveva, mi faceva l’esempio di Cristo e della sua scelta di morire per amore. Peccato che in chiesa non te lo spieghino mai davvero, cosa vuol dire. Eppure potrebbe farci così bene!
      Grazie a te per la tua presenza!

Comments are closed.