Tu chiamale se vuoi, emozioni

C’è poco da ridere, se siamo qui a parlare di Mindfulness è perché ci sono di mezzo delle emozioni1. Perché a volte siamo preda delle emozioni, che interpretano la nostra vita e la colorano dei toni più disparati. Ma assieme alle emozioni, anche i pensieri, che le rinforzano, le sostengono, le negano o le confondono; spesso in una catena infinita ad effetto domino. 
D’altra parte le cose cambiano e si trasformano in noi solo quando le emozioni attorno ad un certo argomento che ci sta a cuore (oppure ci fa soffrire) cambiano: quando per esempio una certa situazione è difficile, ingarbugliata o incomprensibile e poi, gradualmente si chiarisce e con questa progressiva chiarezza, si liberano anche le emozioni collegate.
Il primo passo è sempre e comunque incontrare le emozioni, vederle, ammetterle a noi stessi, permetterci di nominarle.
Finché le teniamo ben ancorate ai pensieri, tanto da farne un tutt’uno, le emozioni si cristallizzano, diventano sempre più solide e noi ce le portiamo dietro come un fardello che ci sembra impossibile abbandonare.
E come Sisifo, portiamo fin in cima alla collina il nostro peso emotivo, per poi lasciarlo rotolare a valle e ricominciare tutto daccapo il giorno dopo.

Alcune emozioni sono tossiche

In particolare è così per le emozioni afflittive, o intossicanti, insomma tutte le emozioni che circolano assieme ad adrenalina, cortisolo e tutto il cocktail tossico che tendiamo a mantenere in circolo in modo cronico e a rimescolare ad ogni buona occasione.
La rabbia, la paura, la confusione, l’ansia, il senso di solitudine e di tradimento, la delusione, la vergogna. Nei testi tradizionali sulla meditazione si enumerano 6 emozioni afflittive-radice e altre 20 secondarie2: abbiamo davvero l’imbarazzo della scelta.
Secondo la Comunicazione Empatica non violenta, le emozioni difficili sarebbero il risultato del non aver riconosciuto i nostri bisogni e non averli soddisfatti. Per poi magari incolpare qualcuno o qualcosa per il nostro disagio. E scambiare lo stimolo per la causa del nostro sentirci male.
Se per esempio ho bisogno di silenzio (causa), almeno a casa, e poi invece succede che quando sono a casa mio figlio tiene la musica alta tutto il pomeriggio (stimolo), può darsi che la mia reazione automatica ad un certo punto della giornata sia urlare di smetterla, di fare SEMPRE confusione e di comportarsi in modo inaccettabile.
La sua reazione automatica sarà di difesa o di attacco nei miei confronti, in base al suo schema reattivo più consolidato.
In questo caso ho scambiato lo stimolo (rumore) per la causa (il mio bisogno di silenzio) e ho affrontato il presunto colpevole a testa bassa.
La Comunicazione Empatica ci suggerisce, in questa situazione, di riconoscere invece il mio bisogno di silenzio (che è solo mio evidentemente, non è universale) e ad esplicitare a me stessa e agli altri che mi sento agitata e stanca quando c’è confusione, e per favore si potrebbe abbassare la musica adesso? Facendo una richiesta chiara e circostanziata (e gentile) al nostro interlocutore.

Al di là dell’esempio banale, la cosa interessante è che invece io probabilmente prima di urlare arrabbiata contro chi fa casino, mi sarò raccontata un sacco di storie: che non è giusto tenere il volume alto, che è un comportamento inaccettabile, che io non mi comporterei MAI così, che la gente (in generale) non capisce niente, che se ne frega, che a nessuno importa niente di me, né del prossimo, che è tutto inutile tanto gli altri non ci arrivano. 
E a forza di ripetermi questi pensieri – perché NON sono la realtà, sono i miei pensieri – finisco per crederci e per farmi salire la pressione, arrabbiarmi anche con chi non c’entra (magari qualcuno mi chiama al telefono proprio in quel momento) e ad andare sproporzionatamente in collera con chi tiene la musica alta, il Colpevole di tutto il mio malessere.
Voglio neutralizzare la causa di questo malessere, della mia stanchezza e della mia confusione scaricando la rabbia che sento e che giustifico, per non sentirla più, per farla tacere.

Drop the story, feel the feeling

Ma pensiamo anche alle emozioni difficili che ci trasciniamo per lungo tempo: il rancore nei confronti di chi crediamo colpevole di non averci capiti, di non averci rispettati o amati.
Con questo, non sto giustificando il comportamento di nessuno: sto solo cercando di riportare l’attenzione sul nostro sentirci offesi e indignati e il nostro continuare a rimanere a bagno nella stessa emozione tossica del rancore per esempio, senza la possibilità di cambiare le cose, né di lasciare andare questo stato d’animo.
Accade nella vita che non possiamo più rivalerci su qualcuno o qualcosa, non possiamo urlare o dire le nostre ragioni, denunciare o pretendere giustizia. Non possiamo cambiare le cose, che sono come sono, senza via di scampo. E quello che facciamo magari è scaricare amarezza e frustrazione su qualcun altro, perfino anche su chi diciamo di amare.
Come si fa in questi casi?

La chiave di volta è riuscire a riconoscere le emozioni da un lato, smettendo di evitarle o zittirle – e dall’altro separarle dalla storia che le ha prodotte. 
C’è una storia sotto a tutto questo ribollire emotivo, una storia che è il prodotto delle nostre percezioni soggettive, delle nostre interpretazione dei fatti, delle nostre paure, delle nostre abitudini reattive, che non vediamo più, o che – nel caso vedessimo – siamo disposti a giustificare. E che scambiamo per “realtà”. 
Non è la mia opinione – ci diciamo – è una constatazione!
E invece non è una constatazione, è il prodotto del nostro mondo interiore che chiede disperatamente di essere ascoltato e che proiettiamo malamente là fuori, creando mostri e dando colpe. 
“Noi usiamo le nostre emozioni, dice Pema Chodron. Le usiamo. Nella loro essenza fanno semplicemente parte della bontà di essere vivi, ma anziché lasciarle andare, le prendiamo e le usiamo per riguadagnare terreno. (…) Le usiamo per cercare di rendere ogni cosa sicura e prevedibile e nuovamente reale, per prenderci in giro su quel che è realmente vero. Potremmo semplicemente sederci con l’energia emotiva e lasciare che passi. Non c’è bisogno di spargere rimproveri e autogiustificazioni. Invece gettiamo benzina sul fuoco dell’emozione in modo che sembri più reale”.
E credo ci sia molto di aggressivo nel nostro modo automatico di aggiustare le cose per sentirci di nuovo bene. 
Di nuovo, e sempre, questo non significa che non dobbiamo provare ad affrontare con discernimento ed etica (e gentilezza) una certa situazione; quello che cerco di dire è che dobbiamo allenarci a vedere quanto di soggettivo, arbitrario e violento riusciamo a produrre in nome delle emozioni che proviamo.

note:

nota 1:
Dal punto di vista scientifico, le emozioni (dal lat. e-movere, smuovere, portar fuori) si originano nell’amigdala, nel sistema limbico, la parte più profonda e antica del telencefalo connesso al lobo limbico e correlato alle funzioni fondamentali per la conservazione della specie. L’amigdala funziona come un archivio della memoria emozionale ed è quindi responsabile di attribuire il significato stesso agli eventi che ci accadono. Reagisce ad essi come una sorta di “molla neurologica” che scatta inviando un messaggio di crisi a tutte le parti del cervello: così vengono secreti gli ormoni che innescano la reazione di combattimento o fuga (fight or flight), si mobilitano i centri del movimento e si attivano il sistema cardio-vascolare, quello muscolare e l’intestino. L’amigdala spinge all’azione immediata, mentre la neocorteccia, in po’ più lenta ma in possesso di informazioni più dettagliate e della capacità di riflettere in modo critico, prepara il suo piano di reazione più raffinato. L’amigdala entra in funzione in una frazione di secondo, è per questo che nella Mindfulness ci alleniamo a distinguere la reazione automatica (dell’amigdala) dalla risposta – più funzionale nel lungo periodo al nostro benessere e a quello degli altri. Che comprendiamo, strada facendo, essere fondamentalmente la stessa cosa.      


nota 2:
Nella tradizione buddhista, le 6 afflizioni radice sono:

(1) attaccamento
(2) collera/odio
(3) orgoglio
(4) ignoranza
(5) dubbio 
(6) visione afflittiva 

Le 20 afflizioni secondarie sono:

(1) bellicosità/aggressività
(2) rancore 
(3) occultamento
(4) risentimento/dispetto 
(5) invidia
(6) avarizia 
(7) inganno
(8) dissimulazione
(9) alterigia
(10) malvagità/crudeltà 
(11) non-vergogna
(12) non-ritegno/non-imbarazzo
(13) letargia
(14) eccitazione
(15) non-fede
(16) pigrizia
(17) non-coscienziosità/negligenza
(18) dimenticanza
(19) non-introspezione
(20) distrazione    

9 thoughts on “Tu chiamale se vuoi, emozioni

  • Grazie di cuore per questo articolo. Apprezzo ogni parola, grazie per il tempo che hai passato a formarti e per il tempo che spendi a parlare di queste cose!

    • Elisa Quietroom Elisa Quietroom

      12 Luglio 2019 at 11:57

      Simona, grazie di cuore a te che mi aiuti, anche con questo commento! Per me continuare a studiare e praticare è una passione, un amore (a volte anche uno sforzo!), ma lo faccio con tutto quello che sono 🙂 Un abbraccio!

  • Grazie per queste parole che scaldano il cuore ” come una canzone di Elisa….”( da grande fan della cantante). Sono persone come te che aiutano persone come me ad uscire dalle emozioni tossiche. Che anche se ho fatto un costo di meditazione e tuttora medito vedo che ne sono pieno….Un abbraccio forte forte.

    • Elisa Quietroom Elisa Quietroom

      12 Luglio 2019 at 22:18

      ciao Mauro! Grazie di dedicarmi questi pensieri! Ma sono sicura che, oltre alle parole – che hanno questo grande potere di sollievo e di liberazione – anche la pratica che fai, che hai fatto e quella che farai in futuro ti aiutano più di quello che credi.
      Un abbraccio forte forte anche a te!

    • Elisa Quietroom Elisa Quietroom

      12 Luglio 2019 at 22:21

      … forte Elisa 😉

  • Avatar Anna Maria Conoci

    13 Luglio 2019 at 11:50

    Grazie Elisa! Il tuo articolo è arrivato e ha fatto 🎯

    • Elisa Quietroom Elisa Quietroom

      13 Luglio 2019 at 15:25

      Bene Anna Maria! Sono contenta che ci sia spazio anche per queste parole, a volte è dura ascoltare, ma alla fine fa bene.

  • Cara Elisa, grazie per il tuo dono. Ho sempre continuato a leggerti con grande gioia nonostante il periodo, come ti accennavo tempo fa, denso di impegni. Troppi. Vorrei più tempo per me e mi ritrovo ad averne sempre meno. Questo fatto sta cercando di dirmi qualcosa che non ho ancora, evidentemente, capito. Ma non demordo! Capirò. La sofferenza della scorsa estate si è trasformata in una opportunità. Chissà se avrò il coraggio di coglierla… per ora sono felice e grata all’universo per questo regalo ma per capire la lezione e non lasciarmi agire, come dici tu, dalle mie emozioni tossiche, ho dovuto faticare non poco. Devo crescere. Sono molto felice per il tuo cammino verso nuovi assetti abitativi e di vita. Non ho mollato la meditazione e, quando sarà il momento, tornerò nel gruppo seguendo il flusso. Ti abbraccio forte e con gratitudine 🙂

    • Elisa Quietroom Elisa Quietroom

      16 Luglio 2019 at 11:03

      Patrizia cara, che piacere ritrovarti! E’ davvero un bel dilemma quello del tempo che sembra non bastare mai per tutte le cose che vorremmo fare e essere… ma forse non è così, forse il tempo è quello che è, che ci vuole e che abbiamo. Magari sono le priorità che vanno riviste?
      Non vedo l’ora di riabbracciarti, se con l’autunno verrai a qualcuna delle meditazioni del martedì, avremo occasione di approfondire tutte queste osservazioni.
      Buona estate cara!

Comments are closed.